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CAMPIONATO DEL MONDO 1966

Tra Ridolini e gol fantasma


categoria | Storia dei Mondiali

Paese ospitante: Inghilterra
Paese vincitore: Inghilterra

 

Nel 1966 la Coppa Rimet si disputò per la prima volta nella terra dei padri del calcio moderno: presidente della FIFA era infatti  il britannico Sir Stanley Rous, che ebbe gioco facile nell’ottenere che l’organizzazione fosse affidata al proprio paese.

Riguardo alle modalità di qualificazione ci furono molte polemiche soprattutto a causa delle proteste della Federazione africana che pretendeva un trattamento migliore, dal momento che il regolamento prevedeva che la vincitrice del girone africano avrebbe in seguito dovuto affrontare la migliore compagine asiatica. Le nazionali africane decisero, in segno di protesta, di non prendere parte alle qualificazioni.

Già in precedenza invece la FIFA, allineandosi alle disposizioni del CIO, aveva escluso il Sudafrica a causa del regime di apartheid perpetrato dal governo.

Anche nel 1966 non mancarono le grandi assenti, come la Svezia, la Jugoslavia, la Scozia e la Cecoslovacchia che non riuscirono a guadagnare l’accesso alla fase finale.

 

Le partecipanti:
Le sedici partecipanti furono suddivise in quattro gironi da quattro squadre ciascuno. Si qualificavano ai quarti di finale le prime due di ogni gruppo. Dai quarti in avanti incontri a eliminazione diretta.

Gruppo A: Inghilterra (5), Uruguay (4), Messico (2), Francia (1).

Gruppo B: Germania Ovest (5), Argentina (5), Spagna (2), Svizzera (0).

Gruppo C: Portogallo (6), Ungheria (4), Brasile (2), Bulgaria (0).

Gruppo D: URSS (6), Corea del Nord (3), Italia (2), Cile (1).

La competizione:
Il torneo in terra britannica vide da subito l’affermarsi di un calcio molto fisico e molto atletico, soprattutto tra alcune delle protagoniste quali Germania, Inghilterra e Unione Sovietica. Dal punto di vista tattico molte squadre, tra cui quella di casa, proposero la difesa a quattro.

Nei gironi furono estromesse a sorpresa la Spagna campione d’Europa, l’Italia allenata da Fabbri ma soprattutto il Brasile, alla cui guida era tornato Vicente Feola, che a causa dell’età avanzata di alcuni suoi componenti e complice l’assenza di Pelé causa infortunio, fu seccamente sconfitta da Portogallo e Ungheria.

Uruguay e Argentina vennero eliminate nei quarti di finale, e per la prima volta dal 1934 nessuna squadra sudamericana si presentò nelle semifinali, che videro la presenza di Germania Ovest, URSS, Inghilterra e Portogallo.

Ebbero la meglio tedeschi e britannici, con lo stesso punteggio di 2-1 e avvolte nelle stesse polemiche arbitrali che la stampa europea aveva lanciato fin dall’inizio del torneo, dal momento che ravvisava un trattamento di favore per le compagini di Beckenbauer e Bobby Moore.

La finale:
Giunsero alla finalissima proprio le due squadre che, oltre a essere considerate oggetto di favoreggiamenti arbitrali, avevano mostrato il calcio più atletico del torneo.

I britannici potevano contare sul fattore campo, ma i tedeschi non erano tipi da farsi intimorire, anzi, con campioni del calibro di Beckenbauer, Schnellinger, Overath e Seeler incutevano paura a molti tifosi inglesi.

I teutonici passarono immediatamente in vantaggio con Haller, ma furono ben presto raggiunti da Hurst che sfruttando una disattenzione generale della difesa tedesca insaccò con un colpo di testa. L’incontro rimase equilibrato fino al 78’, quando Peters, sempre di testa, ribadì in rete una respinta del portiere avversario. Sembrava che ormai per gli inglesi la vittoria fosse in pugno, ma la beffa giunse allo scadere con Weber che mise a segno il 2-2 da distanza ravvicinata. Nei tempi supplementari, al 98’, accadde qualcosa che ancora oggi è oggetto di infinite discussioni: Geoff Hurst, ricevuta palla nell’area avversaria la scaraventò sulla traversa, e la sfera ricadendo andò a colpire almeno in parte la linea di porta, perlomeno da quello che si vede dalle immagini. Si trattava a tutti gli effetti di un vero e proprio gol fantasma, e l’arbitro svizzero Dienst, indeciso sul da farsi, consultò il guardalinee sovietico Tofik Bakhramov, meglio appostato, che affermò di aver visto la palla entrare. Vane furono le proteste tedesche, e i padroni di casa, in uno stadio ormai euforico, ebbero vita facile nel controllare il match arrotondando il risultato con il solito Hurst e al termine della gara andarono a ricevere, dalle mani della regina Elisabetta, quel trofeo a lungo agognato: finalmente, i “maestri”, erano campioni del mondo.

30/07/1966, Londra, Wembley Stadium, INGHILTERRA-GERMANIA 4-2 d.t.s.

12’ Haller 0-1; 18’ Hurst 1-1; 78’ Peters 2-1; 90’ Weber 2-2; 98’ Hurst; 120’Hurst.

 

Inghilterra: Banks; Cohen, J. Charlton, Moore (C,) Wilson; Stiles, B. Charlton, Peters, Ball; Hunt, Hurst (Greaves, Connelly, Springett, Bonetti, Armfield, Byrne, Flowers, Hunter, Paine, Callaghan, Eastham).

All: Alf Ramsey.

 

I campioni:
Per i maestri inglesi nel mondiale casalingo era d’obbligo, dopo le tante delusioni patite, affermare finalmente la propria superiorità calcistica mondiale. Il tecnico Alf Ramsey promise già nel 1963 che il titolo iridato non sarebbe sfuggito e lavorò sodo per realizzare il sogno di tutta l’Inghilterra.

La nazionale dei tre leoni disputò tutti gli incontri del torneo nello stadio di Wembley, accompagnata dagli scatenati supporters e dal motto “never give up” (non mollare mai)!

Tatticamente Ramsey scelse la difesa a quattro schierando dunque una formazione che prevedeva due terzini d’area. Per dare maggiore equilbrio in attacco, dove già giostravano Hunt e Bobby Charlton, il mister inglese rinunciò dai quarti di finale a Jimmy Greaves preferendogli Geoff Hurst.

Certamente gli inglesi furono talvolta agevolati da decisioni arbitrali a loro favorevoli, ma non vi è dubbio che la squadra poteva contare su stelle di prima grandezza, e non solo in attacco: la difesa era guidata da Bobby Moore e a tra i pali c’era nientemeno che Gordon Banks.

 

La stella:
Sopravvissuto per puro miracolo alla tragedia aerea di Monaco del 1958, dove gran parte dei giocatori del Manchester United persero la vita, Bobby Charlton si affermò come bandiera dei Red Devils (con cui vinse la Coppa dei Campioni del 1968) e come uno dei migliori interni al mondo. Grazie alle sue geometrie, ai suoi inserimenti e ai suoi gol, trascinò l’Inghilterra in finale, segnalandosi come uno dei migliori giocatori della competizione iridata, tanto che quello stesso anno gli venne assegnato il pallone d’oro.

Il cannoniere:
Nella sua carriera mantenne una media-gol elevatissima, e al mondiale del 1966 non fu da meno: Eusebio, “la pantera nera”, risposta europea a Pelé, guidò il Portogallo al terzo posto segnando ben nove reti, tra cui un poker alla Corea del Nord. Tatticamente astuto, incredibilmente veloce e sgusciante grazie al dribbling di cui era dotato, l’attaccante di origini mozambicane fu stella indiscussa del calcio europeo degli anni Sessanta, tanto che vinse un pallone d’oro e due scarpe d’oro, oltre ad una Coppa dei Campioni con il suo Benfica.

Gli azzurri:
Albertosi, Rivera, Bulgarelli, Burgnich, Facchetti, Guarneri, Mazzola, Meroni: i campioni nella selezione azzurra che partecipò alla Rimet del 1966 non mancarono certamente, a mancare per disputare un torneo all’altezza delle aspettative furono semmai l’organizzazione e la serietà con cui fu affrontata la spedizione. Commissario Tecnico era Edmondo Fabbri, che se non ebbe difficoltà a qualificare gli azzurri alla fase finale, in terra britannica commise alcuni errori fatali. Dapprima escluse Gigi Riva e Armando Picchi dalla lista dei convocati, poi schierò in difesa Salvadori al posto del capitano dell’Inter e preferì Rosato a Guarneri. Per Gianni Brera[1] “Mondino” rinunciò appositamente alla difesa della Grande Inter, reparto di valore mondiale che avrebbe dato solidità a tutta la nazionale, poiché aveva il dente avvelenato con la società nerazzurra per questioni personali, oltre a non sopportare Helenio Herrera.

Gli azzurri iniziarono battendo il Cile ma furono sconfitti dall’URSS, cosicché la terza e ultima partita del girone, con la Corea del Nord, divenne decisiva. Il collaboratore di Fabbri, Ferruccio Valcareggi, incaricato di assistere ad un allenamento degli asiatici, li definì “Ridolini”, facendo riferimento al celebre attore comico e rassicurando il CT sulla assoluta inadeguatezza della Corea. Inadeguato si rivelò però il modo in cui gli azzurri affrontarono la gara: senza riuscire a trovare la via del gol, Bulgarelli e compagni vennero beffati al 41’ da una rete di Pak Doo Ik, di professione dentista, che costò l’eliminazione oltre alla più umiliante sconfitta nella storia della nazionale.

Storia & Curiosità
-         Il 20 marzo del 1966, durante un’esposizione di francobolli a Londra dove era esposta, la Coppa Rimet venne rubata. Scotland Yard si gettò alla caccia dei ladri senza però riuscire a scovare il trofeo, e quando ormai si cominciavano a perdere le speranze di ritrovamento, un cane bastardino di nome Pickles la ritrovò in un parco londinese, nascosta in un cespuglio e avvolta in un giornale.

-         I mondiali inglesi furono i primi ad avere una vera e propria commercializzazione, tanto che furono ideati per la prima volta una mascotte (il leoncino Willie) e un logo della competizione.

-         Nella finalina per il terzo e il quarto posto tra Portogallo e URSS prevalsero i lusitani, che firmarono il miglior piazzamento in un mondiale di calcio della loro storia.

-         Geoff Hurst é tuttora l’unico calciatore ad aver messo a segno una tripletta in una finale della coppa del mondo.

-         Al rientro in patria la selezione italiana fu accolta da un lancio di pomodori e uova marce da parte dei tifosi indignati per la figuraccia.



[1] Cfr. Gianni Brera, Le Storie dei Mondiali, Edizioni Selecta, Pavia 2002, p. 69.

(Pubblicato il 13/03/2010 da Giacomo Moccetti | 0 Commenti )